ANTICA REGOLA - ORDO EQUESTRIS TEMPLI ARCADIA

O.E.T.A.
ORDO EQUESTRIS TEMPLI ARCADIA
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ANTICA REGOLA
Le prime testimonianze sulla nascita dei Templari non consentono di definire con certezza se essi si fossero aggregati sulla base di una regola precisa. Solo durante il Concilio di Troyes del 1129 essi assunsero una regola di forma monastica, avallata anche dall'appoggio di Bernardo di Chiaravalle, sostanzialmente basata su alcuni elementi della Regola benedettina.

Della Regola Templare originale possediamo alcuni esemplari, redatti in latino, in quel periodo storico lingua ufficiale usata nei testi formali, religiosi e laici. Versioni successive privilegiano invece la lingua francese antica. I testi che ci sono pervenuti conservano le tracce di un rimaneggiamento: agli originali cinquanta capitoli, formalmente conclusi dall'esortazione di osservanza rivolta ai destinatari, risultano aggiunti altri ventidue capitoli, una sorta di appendice, dotata di un secondo prologo.
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Cavalieri_templari

Antica Regola

REGOLA DEI POVERI CAVALIERI DI CRISTO E DEL TEMPIO DI SALOMONE



PROLOGO

La nostra parola si dirige anzitutto a tutti coloro che disprezzano di seguire la propria volontà e desiderano servire con purezza e coraggio nella cavalleria del vero e sommo Sovrano, così da preferire di indossare l’illustre armatura dell’obbedienza compiendo il proprio dovere con assidua diligenza e con perseveranza sì che possano pervenire infine allo scopo.
Esortiamo pertanto voi che siete stati fino ad ora nella cavalleria del secolo, della quale non fu ragione il Cristo, ma solo l’umano interesse, ad affrettarvi per essere uniti in eterno al numero di quelli che il Signore ha scelto dalla massa dei peccatori e che ha ordinato per la sua libera misericordia a difesa della santa Chiesa.
Innanzi tutto chiunque tu sia, cavaliere di Cristo che scegli un modo di vita così santo, occorre che applichi nella tua professione una pura attenzione ed una ferma perseveranza; essa è riconosciuta da Dio tanto degna, santa e sublime che se viene osservata con perseveranza, darà in merito la fortuna di essere parte dei cavalieri che dettero per Cristo le loro anime.
In questa professione infatti rifiorì e risplendette l’Ordine della Cavalleria, che, rifiutato l’amore della giustizia, non difendeva più come doveva essere suo compito, i poveri e la Chiesa, ma gareggiava in rapine, spoliazioni ed assassini .
Dunque bene operò con noi il Signore e salvatore nostro Gesù Cristo, inviandoci dalla Città Santa (di Gerusalemme) in Francia e in Borgogna i suoi amici, che per la nostra salvezza e per la diffusione della vera fede non cessano di offrire a Dio in grato sacrificio le loro anime.
Noi dunque con gioia e con fraterna pietà e per le preghiere del Maestro Ugo, da cui prese avvio il suddetto Ordine con l’ispirazione dello Spirito Santo, nell’anno 1128 dall’incarnazione del Figlio di Dio e nel nono dalla fondazione dell’Ordine, il giorno di S. Ilario (13 gennaio) riunitici dalle diverse province ultramontane a Troyes sotto la guida di Dio, ascoltammo dalla bocca dello stesso Maestro Ugo la struttura la regola di quest’Ordine partitamente nei suoi articoli, e secondo la conoscenza della nostra povera scienza ciò che ci sembra irragionevole o che nel presente Concilio non fu riferito o riportato in modo da esser ricordato, approvammo all’unanimità seguendo il consiglio dell’assemblea, non per leggerezza ma secondo prudenza per la previdenza e discrezione del nostro venerabile Papa Onorio e dell’illustre Patriarca di Gerusalemme Stefano, che non ignora i bisogni delle regioni d’Oriente così come dei poveri guerrieri di Cristo
Ordunque, (poiché) i numerosi Padri che intervennero al Concilio per monito divino hanno riconosciuto l’autorità delle nostre parole non dobbiamo passare in silenzio (i nomi) di costoro, i quali giudicarono e dissero la verità.
Io, Giovanni di Michele, per ordine del Concilio e del venerando Abate (Bernardo) di Chiaravalle, a cui spettava questo incarico meritai per grazia di Dio di essere l’umile scrivano di queste pagine.

PADRI PRESENTI NEL CONCILIO DI TROYES

Il primo era Matteo vescovo di Albano, per grazia di Dio Legato di Santa Romana Chiesa; il secondo Rinaldo arcivescovo di Reims; il terzo Enrico arcivescovo di Sens. Venivano poi i loro coadiutori, Goffredo di Lèves arcivescovo di Chartres, Josselin vescovo di Soissons, il vescovo di Auxerre , il vescovo di Meaux , il vescovo di Chalons , il vescovo di Laon , il vescovo di Beauvais , Raimondo abate di Vezelay, che poi fu eletto arcivescovo di Lione e legato della Chiesa di Roma, l’abate di Cîteaux , l’abate di Pontigny , l’abate delle Tre Fontane , l’abate di S. Stefano di Dijon , l’abate di Saint Denis ; a Reims, l’abate di Molesme e il sopra nominato Bernardo abate di Clairvaux le sentenze del quale approvarono apertamente.
Vi erano anche il Maestro Aubry di Reims, il maestro Fouchier e molti altri, i cui nomi sarebbero troppi a dirsi.
Ed inoltre ci sembra giusto che siano riportati come testimoni ed amanti della verità anche alcuni che non erano tra gli eruditi: il conte Thibaud , il conte di Nevers , e André Baudement. Questi parteciparono in tal modo al concilio; con cura particolare esaminavano ciò che loro paresse buono, disapprovando quello che non trovavano giudizievole.
Né mancò invero lo stesso fratel Ugo, Maestro dei Cavalleria, il quale aveva condotto con sé alcuni dei suoi: fratel Godefroy, fratel Rolando, fratel Geofroy Bissot, fratel Payns di Montdidier, fratel Archambaud di Saint Amand .
Il Maestro Ugo con i suoi discepoli fece conoscere ai Padri secondo quello che ricordava, il modo in cui iniziò l’osservanza della Regola nel piccolo Ordine primitivo, secondo ciò che è detto: «Ego principium qui et loquor vobis ».

Piacque dunque al Concilio che ciò che era stato preso diligentemente in esame con accurata considerazione delle divine scritture venisse affidato allo scritto per 1a provvidenza del Papa di Roma del Patriarca di Gerusalemme, non senza l’assenso del Capitolo dei poveri Cavalieri del Tempio che sono in Gerusalemme, affinché non andasse perduto e fosse conservato senza diminuzioni; con diritto cammino possano giungere a quell’eccellente Creatore per cui combattono, la cui dolcezza supera tanto quella del miele che comparato a Lui questo è amaro quanto l’assenzio, e possano combattere (per Lui) per tutti i secoli infiniti.
Amen.


QUI COMINCIA LA REGOLA DEI POVERI CAVALIERI DELLA SANTA CITTÀ’

1 – Come si debba ascoltare l’Ufficio divino. Voi che rinunziate alla vostra volontà, ed i cavalieri non professi che per la salvezza della loro anima servono insieme a voi il sommo Re con cavalli ed armi, prendete il proposito di recitare integralmente con puro e devoto desiderio il Mattutino e tutto l’intero Ufficio, secondo quanto è statuito canonicamente e per consuetudine dal clero regolare della Santa Città . Ciò soprattutto, venerabili fratelli, dovete fare poiché prometteste di sprezzare per sempre questo mondo tempestoso, non curando la vita del secolo e rifiutando i tormenti (che dà) il corpo; rifocillati e saziati del cibo divino, istruiti e confermati nei comandamenti del Signore, dopo la consumazione del Mistero divino nessuno sia timoroso del combattimento ma pronto a ricevere la corona (della vittoria).

2 – Quanti Pater noster si debbano dire se non è possibile seguire l’Ufficio. D’altra parte se un fratello sia lontano per le necessità della cristianità d’Oriente, il che non dubitiamo potrà spesso accadere, e per tale assenza non possa ascoltare l’Ufficio, (dirà) per il mattutino tredici Pater e per ciascuna ora sette, ma per i vespri riteniamo giusto ed unanimemente affermiamo che ne debba dir nove. Infatti costoro, in tal maniera occupati in un lavoro salutare (per l’anima loro), non possono seguire l’ora spettante all’Ufficio. Ma, qualora lo possano, non tralascino di adempiere l’Ufficio nell’ora stabilita.

3 – Ciò che debba farsi per i fratelli defunti. Quando uno dei fratelli professi paga alla morte, che non perdona nessuno, ciò che è impossibile sottrarle, vi comandiamo di offrire in purezza di sentimenti a Cristo l’ufficio dovuto e la messa solenne per la sua anima insieme coi cappellani ed i chierici che servono a tempo determinato con voi in carità il Sommo Sacerdote.
Invece i fratelli presenti che vegliano pregando per la salvezza del fratello defunto dicano cento Pater fino al settimo giorno, dal giorno in cui fu annunciato il decesso fino a quello ora indicato, e il numero di cento sia perfettamente osservato con zelo fraterno.
E inoltre preghiamo per la divina misericordia e comandiamo per l’autorità spirituale (che abbiamo) che ogni giorno per quaranta giorni sia dato ad un povero quella quantità di cibo e bevanda che invece si dava e si doveva al fratello (defunto) per il sostentamento della sua vita.
Proibiamo assolutamente tutte le altre offerte che la volontaria povertà dei poveri cavalieri di Cristo era solita tributare indiscriminatamente al Signore per la morte dei fratelli, nella solennità di Pasqua e in altre feste.

4 – I cappellani abbiano soltanto vitto e vestiti. Ordiniamo ai cappellani e a quelli che rimangono per un tempo limitato di dare con attenta sollecitudine alla comunità del Capitolo tutte le altre offerte e ogni genere di elemosine, di qualsiasi tipo siano.
Pertanto i servitori della Chiesa abbiano soltanto il vitto ed il vestito secondo la loro dignità e non presumano di aver qualcosa in più, se il Maestro non lo donerà spontaneamente e per carità.

5 – Dei fratelli non professi defunti. Vi sono infatti dei cavalieri nella casa di Dio e del Tempio di Salomone che rimangono con noi per misericordia per un tempo limitato.
Pertanto vi preghiamo con indicibile pietà, vi supplichiamo e vi ordiniamo con autorità che, se in questo periodo la tremenda Potestà avrà condotto qualcuno al suo ultimo giorno, per l’amore divino e la fraterna pietà si dia ad un povero sette giorni di sostentamento per l’anima del defunto.

6 – Nessun fratello faccia offerta (essendo egli stesso offerta vivente). Decretiamo come sopra detto che nessun fratello presuma di fare altre offerte, ma di giorno e di notte con cuore puro rimanga nella sua condizione fino ad essere comparato al più saggio dei profeti colui che disse: «Prenderò il calice della salvezza» (Ps. CXV 4) e con la mia morte imiterò la morte del Signore, perché come dette la sua vita per me così anch’io sono pronto a dare la mia per i fratelli. Ecco l’offerta conveniente, ecco la vittima vivente che piace a Dio.

7 – Dello stare in piedi (in modo) non corretto. Un testimone molto degno di fede ci riferì che voi udite l’Ufficio stando in piedi senza regola e senza misura. Noi vi comandiamo di non far ciò, anzi vi rimproveriamo, avendo finito il salmo «Venite adoremus Domino» insieme con l’invitatorio e l’inno vi prescriviamo, per evitare lo scandalo, che tutti, sani e malati, si seggano rimanendo seduti. Avendo finito ciascun salmo, per la recita del Gloria Patri vi invitiamo ad alzarvi per la riverenza alla Santa Trinità che ivi si nomina, inchinandovi profondamente verso l’altare; i malati invece (rimangano seduti) chinando il capo.
E vi permettiamo di rimanere in piedi alla recita del Vangelo al «Te Deum laudamus» e durante tutte le Lodi, fino a che sia stato recitato il «Benedicamus Domino», e vi ordiniamo di tenere lo stesso comportamento al Mattutino della Madonna.

8 – Dei pasti. Riteniamo che dobbiate prendere in comune i pasti in un’unica sala, o per meglio dire refettorio, dove, quando i gesti (di richiamo) passassero inosservati, nella necessità di domandare qualcosa lo si faccia dolcemente e a bassa voce.
Così in ogni circostanza chiedete ciò che vi è necessario con tutta umiltà e riverente rispetto, perché l’Apostolo dice: «Mangia il tuo pane in silenzio» (2 Tess. III 12) e il Salmista vi deve dare l’esempio dicendo: «Ho messo un bavaglio alla mia bocca» (Ps. XXXVIII 2), cioè «ho deciso di non peccare con la lingua», vale a dire custodivo la mia bocca perché non parlasse male.

9 – Della lettura. A pranzo e a cena sia sempre recitata la santa lettura. Se amiamo il Signore dobbiamo desiderare le sue parole salvifiche e i suoi precetti, ascoltandoli attentamente. Colui che legge il testo vi indicherà così (il tempo per cui dovete) tacere.

10 – Del mangiar carne. Nel corso della settimana vi basti mangiar carne tre volte, fatta eccezione per il giorno di Natale, per la Pasqua, per le feste della SS. Maria e di tutti i Santi , perché il frequente uso della carne comporta una greve corruzione del corpo. Se poi venga a cadere di martedì un giorno di digiuno, cosicché non si mangi carne, il giorno seguente vi sia distribuita in abbondanza.
Ci par cosa buona e senza dubbio giusta che la domenica ai Cavalieri professi come ai cappellani, in onore della Santa Resurrezione, ne siano date due porzioni. Gli altri, scudieri e servitori, siano paghi di uno solo, e rendano grazie a Dio.

11 – Come debbano mangiare i cavalieri. È bene che di solito mangino a due a due per la scarsità di piatti, in modo che l’uno prenda cura dell’altro con solerzia, affinché eccessiva disciplina o astinenza non autorizzata non si mescolino abitualmente te al pranzo .
Anche riteniamo giusto che ciascun cavaliere abbia per sé solo la stessa equivalente quantità di vino.

12 – Negli altri giorni siano sufficienti due o tre piatti di legumi. Negli altri giorni, cioè lunedì e mercoledì, come anche il sabato tutti basteranno due o tre piatti di legumi o portate di altro cibo, come potrebbe essere una pietanza cotta; e comandiamo che ci si attenga a questo, in modo che chi non possa mangiare un piatto si sazi con un altro.

13 – Del cibo da usarsi il venerdì. Approviamo che tutto l’Ordine, con l’eccezione degli infermi per la loro debolezza, si accontenti di un solo pasto di quei cibi che si usano in Quaresima nel giorno di venerdì per il periodo che va da Tutti i Santi a Pasqua, con l’eccezione del giorno di Natale, e delle feste di Maria o di ciascun Apostolo.
Negli altri tempi, se non vi sia digiuno generale, ci si potrà rifocillare due volte.

14 – Dopo il pasto sia sempre fatto il ringraziamento. Ogni giorno dopo pranzo e cena ordiniamo improrogabilmente che si rendano grazie con cuore umile, come è dovuto, al nostro sommo Benefattore che è il Cristo, e (lo si faccia) in chiesa, se è vicina, oppure, se non è così, nello stesso refettorio.
Ai servi e ai poveri devono distribuirsi i resti con fraterna carità, ma siano conservati i pani rimasti interi.

15 – La decima parte del pane sia sempre destinata all’elemosiniere. Senza dubbio il premio della povertà, cioè il Regno dei Cieli, spetta ai poveri: a voi tuttavia, che la fede cristiana annovera certamente tra quelli, ordiniamo di dare tutti i giorni all’elemosiniere la decima parte del pane.

16 – Una piccola refezione sia data secondo la volontà del Maestro. Quando il sole scende dall’Oriente e cala verso la Spagna, dopo aver udito il segnale, dato secondo le consuetudini del luogo, dirigetevi tutti a Compieta; prima però desideriamo che insieme prendiate una piccola refezione.
Questa sia secondo le disposizioni e la volontà del Maestro, cosicché, quando voglia, sia data acqua e, quando lo comandi misericordiosamente, vino temperato (con acqua) in quantità adeguata.
Infatti non è necessario che sia dato a sazietà o in eccesso, ma in modo parco, perché «il vino fa apostatare anche i saggi» (Eccl. IX 2).

17 – Dopo Compieta si mantenga il silenzio. Dopo Compieta ci si rechi a letto. Ai fratelli non sia concesso uscendo da Compieta di parlare nuovamente in pubblico, se non per stretta necessità; al suo scudiero (il fratello) dica sottovoce ciò che deve. Ma qualora in questo tempo siate costretti al termine di Compieta a parlare per faccende militari o per necessità della casa, se non vi fosse bastato il giorno a farlo, allora lo stesso Maestro, o colui al quale il Maestro ha affidato il governo della casa, possono farlo con una parte dei fratelli. E ciò sia fatto in questo modo – infatti è scritto: «non fuggirai al peccato con il troppo parlare» (Prov. X 19) e in altro luogo: «morte e vita sono in potere della lingua» (Prov. XVIII 21) – proibiamo del tutto che in questi discorsi (si usino) scurrilità o parole inutili e che muovono al riso; reciterete un Pater noster andando a dormire, con pura e umile devozione, se qualcuno abbia parlato da sciocco.

18 – I cavalieri sofferenti non si alzino a Mattutino. Come vi è noto, non pensiamo che sia lodevole che i cavalieri si alzino a Mattutino se sofferenti, ma con l’assenso del Maestro, o di chi ne abbia a lui il mandato, è meglio che riposino e cantino i tredici Pater stabiliti in modo che l’animo concordi con la voce, secondo quel che dice il Profeta: «Cantate al Signore in modo sapiente» (PS XXVIII 8) e «Cantai a Te innanzi agli angeli» (PS. CXXXVII 1).
Anche questo deve sempre essere a discrezione del Maestro.

19 – Tra i fratelli sia osservata comunità di vitto. Si legge nella divina Scrittura: «Dividevano tra i singoli, secondo il bisogno di ciascuno» (Atti IV 35). Perciò non diciamo che vi debba essere un criterio di preferenza per le persone, ma che si deve aver riguardo per lo stato di malattia.
Quindi chi meno ha bisogno ringrazi Dio e non si contristi; chi invece è in necessità si umili per la debolezza e non si faccia orgoglioso per la misericordia (che gli è dovuta) e così tutti i membri saranno in pace. Proibiamo che sia data concessione ad alcuno (di fare) digiuno senza misura, ma si tengano saldi in un comune modo di vita.

20 – Della qualità degli abiti e del modo di vestire. I vestiti siano sempre di un solo colore, bianco, nero o di così detto bigello. Concediamo a tutti i professi di portare, se possibile, sia d’estate che d’inverno vesti bianche , poiché quelli che abbandonarono la vita delle tenebre riconoscano di essersi riconciliati con il loro Creatore attraverso una vita limpida e pura. Cos’è il bianco se non incontaminata castità? Castità vuol dire mente quieta e corpo integro. Se infatti ciascun cavaliere non avrà perseverato nella castità, non giungerà alla pace senza fine né potrà vedere Dio; ne è testimone Paolo: «Ricercate con tutti la pace e la castità, senza cui nessuno vedrà Dio» (Hebr. XII 14).
E affinché l’indumento sia di tal fatta che manchi ogni ricercatezza di superfluo orgoglio, ordiniamo che a tutti sia fatto in modo tale che di per sé possa agevolmente usarsi solo per vestirsi e spogliarsi, calzare e discalzarsi.
Il guardarobiere vigili con somma cura perché siano evitate simili evenienze, che i fratelli abbiano una veste troppo lunga o troppo corta, ma essa sia adatta a chi la dovrà portare, e la si dia secondo la taglia di ciascuno.
E quando prenderanno la veste nuova, restituiscano sempre in cambio la vecchia, riponendola in magazzino o dove il fratello addetto abbia deciso, (perché sia data) agli scudieri e ai servi, e di quando in quando ai poveri.

21 – I servi non posseggano mantelli bianchi. Una volta vi erano familiari e scudieri che portavano vesti bianche, dal che venivano gravi danni. Poiché questo avveniva nella casa del Signore e dei suoi Cavalieri del Tempio, senza eccezioni e per decisione comune di tutto il Capitolo fermamente ci opponiamo e come fosse un vizio speciale ordiniamo di sradicarlo totalmente.
Nelle nazioni ultramontane infatti sono comparsi certi falsi fratelli, coniugati o di altra (condizione), che dicevano di essere Templari ed erano invece di stato secolare.
Questi hanno apportato tanto grande danno ed offesa all’Ordine e i serventi con l’insuperbirsi hanno fatto nascere molti scandali. Abbiano dunque (questi) la veste sempre di color nero ma se non possono trovarla di tal genere, allora (usino) quelle che troveranno nella provincia in cui sono o che possa esser fatta di colore più vile ad esempio di bigello.

22 – Solo i cavalieri professi abbiano vesti bianche. A nessuno pertanto è permesso portare sopravvesti bianche o mantelli bianchi se non ai sopraddetti Cavalieri di Cristo.

23 – Si usino pelli d’agnello. Abbiamo decretato con decisione unanime che nessuno dei fratelli possegga pelli, pellicce o altro di tal genere per usarlo come indumento o come coperta, che non sia di agnello o di ariete.

24 – Gli scudieri si dividano gli indumenti usati. Il procuratore o il guardarobiere provvedano a distribuire accuratamente ed equamente gli indumenti usati tra gli scudieri, i serventi e di tanto in tanto (ne diano) ai poveri.

25 – Chi vuole il meglio, abbia il peggio. Se qualcuno dei fratelli volesse avere indumenti migliori o belli per superbia o come se gli fossero dovuti, abbia quelli più spregevoli.

26 – La qualità e la taglia da osservare nelle vesti. Occorre osservare la taglia delle vesti secondo le dimensioni dei corpi: il guardarobiere sia in ciò diligente.

27 – Il guardarobiere osservi innanzitutto l’imparzialità. Il guardarobiere badi con fraterna considerazione la dimensione delle vesti con imparzialità, come sopra si è detto, affinché l’occhio dei mormoratori e dei calunniatori non abbia nulla da eccepire: e nel far questo tenga presente la ricompensa divina.

28 – La lunghezza dei capelli. Occorre che tutti i fratelli, specialmente i professi, portino i capelli tagliati in tal modo che li si possa vedere ordinati e a misura davanti e dietro; e osservino inderogabilmente la stessa regola nella barba e nei baffi, affinché non si noti un gusto per il superfluo e per il frivolo.

29 – I lacci e le punte delle calzature. È noto che l’uso delle punte ricurve e dei lacci (per sorreggerle) è proprio dei pagani. Ed essendo quest’uso comunemente reputato abominevole, ci opponiamo ad esso e proibiamo a tutti di praticarlo, anzi se ne astengano completamente.
Anche a coloro che prestano servizio nell’Ordine a tempo determinato proibiamo in modo assoluto di portare lacci, punte e capigliatura abbondante o smodata lunghezza di vesti.
La purezza interiore ed esteriore è oltremodo necessaria, infatti, per coloro che servono il sommo Creatore, secondo la testimonianza di Quello stesso che disse: «Siate puri come io sono puro» (Lev. XIX 2).

30 – Il numero dei cavalli e degli scudieri. A ognuno dei vostri cavalieri è lecito possedere tre cavalli , poiché la grande povertà della casa di Dio e del Tempio di Salomone non permette d’intraprendere più grandi spese, se non col permesso del Maestro.

31 – Nessuno colpisca ingiustamente uno scudiero. Per la stessa ragione, concediamo un solo scudiero per ogni cavaliere. Ma se questi si comporterà nei confronti del cavaliere generosamente e con carità, non è lecito a costui batterlo, né percuoterlo per qualsivoglia colpa.

32 – Sul modo di ricevere i cavalieri che non fanno professione. Comandiamo che per tutti i cavalieri che desiderano servire Gesù Cristo con purezza d’animo nel Tempio senza fare professione si acquistino con onestà cavalli adatti alle necessità d’ogni giorno, armi e tutto ciò che sarà necessario. Pertanto abbiamo ritenuto conveniente ed utile che si faccia la stima dei cavalli avendo osservato la giustizia da ambo le parti. Il prezzo sia affidato allo scritto perché non sia falsato per dimenticanza, e sia a spese della casa con fraterna carità tutto ciò che sarà necessario al cavaliere ai suoi cavalli o allo scudiero compresi i ferri delle bestie e secondo le possibilità.
Se nel frattempo il cavaliere per qualche accidente, nell’adempiere il suo compito, avrà perso i cavalli e se la disponibilità economica lo permette, il Maestro ne procurerà altri.
Quando poi giunga il tempo di tornare in patria, il cavaliere dia la metà del prezzo per amore di Dio e riceva l’altra metà, se vuole, dalla comunità dei fratelli.

33 – Nessuno agisca di propria volontà. Fermamente conviene a questi cavalieri, che non hanno nulla di più caro di Cristo, per il servizio del Quale hanno fatto professione e per la gloria del Bene Supremo o per timore del fuoco dell’inferno di osservare un’obbedienza senza limiti al Maestro.
Pertanto si ubbidisca senza indugio quando un ordine sia stato dato dal Maestro o da chi ne abbia da lui ricevuto facoltà, ed agiscano speditamente come se avessero avuto l’ordine da Dio.
A questo proposito la stessa Verità dice: «Mi ha ubbidito non appena mi udì» (Ps. XVII 45).

34 – Se sia lecito andare in città senza il permesso del Maestro. Esortiamo e comandiamo fermamente ai cavalieri dell’Ordine che hanno fatto voto di obbedienza e a coloro che non sono professi che non ardiscano recarsi in città senza il permesso del Maestro o di chi ne abbia il potere, tranne, durante la notte, al S. Sepolcro e ai luoghi di preghiera racchiusi nelle mura della Città Santa.

35 – Se sia lecito andare da soli. Quelli che escono non osino di giorno come di notte mettersi in cammino senza una guardia del corpo, cioè un altro cavaliere, professo o no.
Dopo esser stati ricevuti nell’Ordine nessuno, cavaliere, scudiero di altra qualifica, vada nella residenza degli altri per vedere o per parlare con qualcuno se, come sopra dicemmo, non ne abbia il comando.
Pertanto affermiamo esplicitamente che nessuno deve combattere o riposare secondo la propria volontà in questa casa ordinata da Dio, ma si sottoponga al comando del Maestro, così da imitare quelle parole del Signore: «Non venni a fare la mia volontà ma quella di Chi mi ha mandato» (Gv. VI 38).

36 – Nessuno domandi espressamente per sé ciò che gli è necessario. A causa del vizio di domandare, ordiniamo di osservare questo articolo in modo particolare tra gli altri e di tenerlo in ogni considerazione.
Nessuno dunque dei fratelli deve domandare in modo particolare ed esplicitamente né il cavallo né le armi.
Come dunque si comporterà se risulta che una sua malattia o la debolezza dei suoi cavalli o la pesantezza delle armi siano tali che l’andar così in giro possa recare danno a tutti? Allora, vada dal Maestro, o da chi ha dopo di questi il compito, e gli spieghi in modo sincero e semplice le ragioni (della sua richiesta). E da allora in poi ciò diventa di competenza del Maestro o di chi ne ha la procura.

37 – I finimenti e gli speroni. Ci opponiamo assolutamente a che appaiano nelle staffe, sui finimenti, e sugli speroni o sulle redini oro o argento, che sono di lusso e i costosi, e che a nessun fratello professo sia concesso comprarne. Se vengano dati in dono strumenti di tal genere che siano usati allora si colori 1’oro e l’argento in modo che lo splendido colore e il lusso non compaiano presuntuosamente innanzi alla gente; ma se sono nuovi allora il Maestro faccia di essi ciò che vuole.

38 – Non si usino rivestimenti per aste o scudi. Non siano adoperati i rivestimenti per aste o scudi, né foderi per lance, perché ciò non è per noi utile ma dannoso).

39 – Il Maestro può dare permessi. Il Maestro può assegnare a chi voglia cavalli, armi o qualunque altro oggetto.

40 – Il sacco e la bisaccia – Non è permesso avere chiusura al sacco e alla bisaccia da cavallo: così saranno a disposizione del Maestro, se questi non avrà dato il permesso (di tenerle chiuse), o di chi si occupa degli affari della casa dopo di lui. I procuratori della casa e delle diverse province non sono contemplati in questo articolo, né lo stesso Maestro.

41 – La consegna delle lettere. A nessuno dei fratelli è in alcun modo lecito ricevere lettere dai parenti né da qualsiasi altra persona o spedirne a sua volta senza il permesso del Maestro o del procuratore. Dopo che il fratello avrà ricevuto il permesso, si leggano le sue lettere in presenza del Maestro, se questi lo vorrà.
Se dai parenti gli sarà stata inviata qualcosa, non ardisca di riceverla senza averne avuta disposizione dal Maestro.
Questo articolo non riguarda il Maestro e i Procuratori della casa.

42 – Il racconto delle proprie colpe. Dal momento che si sa che ogni parola oziosa genera peccato che diranno dinanzi al Giudice inflessibile quelli che ostentano le proprie colpe? il profeta dimostra con certezza che, se talora occorre rifuggire dalle parole profittevoli per osservare il silenzio, quanto più bisogna astenersi dai discorsi cattivi per la pena del peccato. Pertanto proibiamo ed energicamente ci opponiamo a che qualche fratello ardisca comunicare con un altro fratello o qualsiasi altra persona le stoltezze, per usare il termine appropriato che compì con tanto danno quando era nella cavalleria secolare e i diletti della carne con femmine spregevoli, o di altri argomenti del genere e se avrà udito per caso qualcuno che raccontava tali cose, lo faccia tacere o quanto più presto potrà, rapidamente lo riconduca all’obbedienza e non presti attenzione a questo venditore di olio .

43 – Del domandare e del ricevere. Se qualcosa senza che venga richiesta sia data in dono ad un tritello, questi la consegni al Maestro o al dispensiere: se altrimenti un suo amico o parente avrà voluto consegnare qualcosa a suo beneficio particolare, non la riceva finché non avrà avuto il permesso dal suo Maestro.
Ma colui che ha ricevuto non si dispiaccia se l’oggetto verrà dato a altri; sappia per certo che se per questo si dispiace, agisce contro Dio. Nella presente prescrizione non sono compresi gli amministratori ai quali in modo particolare si riferisce questo compito, e viene concesso avere bisaccia da sella e borsa .

44 – I sacchi per il mangiare delle cavalcature. È cosa utile a tutti che questa regola da noi stabilita sia osservata senza mutamenti. Nessun fratello osi fare sacchi per il mangiare di lana o di lino che abbiano questa funzione, né ne abbia alcuno tranne il sacco (consueto) .

45 – Nessuno osi scambiare oggetti o chiederne. Senza licenza del Maestro nessun fratello osi scambiare le proprie cose col fratello, né chiedere, se non tra fratelli, e l’oggetto sia piccolo, di poco conto e non rilevante.

46 – Nessuno si dia alla caccia col falcone o vada con chi la pratica. Giudichiamo all’unanimità che nessuno deve osare di giungere a questo, dare la caccia agli uccelli con falconi. Non conviene mescolare la religione con i divertimenti profani, ma ascoltare di buon grado gli insegnamenti del Signore, applicarsi nella preghiera e confessare a Dio tutti i giorni nella orazione con lacrime e pianto i mali commessi.
Per queste fondamentali ragioni nessun fratello si accompagni a persone che usano questo genere di caccia con falcone o altro uccello.

47 – Nessuno ferisca con arco o balestra le bestie. Conviene andare, quando si è (uomini) di religione, con semplicità e senza risate, con umiltà e non parlando troppo, ma dicendo cose ragionevoli non con voce stentata.
In modo particolare ingiungiamo ai fratelli professi di non andare a caccia di animali nel bosco con arco o balestra, né s’incamminino con chi va a caccia, se non per custodirlo dai perfidi infedeli; e non ardisca schiamazzare con cani o cianciare con essi; né sproni il suo cavallo per la brama di catturare qualche animale.

48 – Uccidete sempre il leone. È certo vostro dovere dare le vostre vite per i fratelli e cancellare dalla terra i nemici della fede, che minacciano il Figlio della Vergine.
Leggiamo infatti del leone che «va in giro in cerca di chi divorare» (I Petr. V 8) e «leva contro tutti le sue mani e le mani di tutti sono contro di lui» , (Gen. XVI 12) (11).

49 – Ascoltate in giudizio tutto ciò che vi sarà sottoposto. Sappiamo che i persecutori della Santa Chiesa sono in numerevoli e incalzano senza sosta e con maggiori crudeltà per molestare coloro che non amano la lotta.
In questa circostanza la sentenza del Concilio soppesa con serena considerazione (i fatti) e vi prescrive di ascoltare, per mezzo di giudici fedeli ed amanti della verità, chiunque si rivolgerà a voi per una qualche questione, nelle regioni d’Oriente o in altro luogo, e vi comandiamo di eseguire inflessibilmente ciò che vi sembrerà giusto.

50 – Tutti sono tenuti a rispettare questa regola. Ordiniamo per sempre che sia rispettata questa regola in ogni sua parte, anche per ciò che possa esservi ingiustamente tolto .

51 – Sia lecito ai cavalieri professi aver e uomini e terre. Per divina provvidenza, così pensiamo nei Santi Luoghi nacque da voi questo genere di Ordine, cioè questa unione di vita religiosa e cavalleresca, cosicché le religione vada armata della cavalleria e senza peccato uccida il nemico. Pertanto giudichiamo che di diritto a voi, poiché siete appellati Cavalieri del Tempio, per il merito insigne e la particolare probità abbiate case, terre e uomini ed anche agricoltori, e li comandiate secondo la giustizia, ed abbiate il dovuto nel modo speciale (che sarà) stabilito.

52 – Si abbia una cura scrupolosa dei fratelli malati. Ai fratelli malati occorre prestare una cura attentissima quant’altri mai, come se si servisse in loro il Cristo, affinché il detto evangelico sia tenuto presente alla memoria: «Sono stato infermo e mi avete visitato» (Mt. XXV 36).
Gli infermi siano sopportati con paziente diligenza, perché si acquisisce senza dubbio da ciò merito divino.

53 - Gli infermi siano provveduti sempre d’ogni necessità. Prescriviamo a coloro che sono preposti all’infermeria che con ogni riguardo e particolare cura fedelmente e diligentemente procurino per i bisogni delle diverse malattie, cioè carne, volatili ed altro finché si ristabiliscano in salute.

54 – Nessuno istighi un altro all’ira. Non è mai sufficiente l’attenzione da porre nel non voler eccitare qualcuno all’ira, perché la somma clemenza della vicinanza e della fraternità in Dio lega in modo eguale il debole e il forte.

55 – Come ci si deve comportare con i fratelli sposati. Vi permettiamo che i fratelli sposati siano ricevuti in questo modo: se ricercano il beneficio e la partecipazione della vostra fratellanza, ambedue (marito e moglie) concedano dopo la morte all’unità del comune capitolo una parte della propria sostanza, e qualsiasi cosa abbiano acquistato in più; frattanto conducano una vita onesta e cerchino di fare del bene ai fratelli, ma non usino il vestito e la sopravveste bianchi.
Ma se il marito venisse a mancare prima, lasci la sua parte ai fratelli e il coniuge abbia l’altra parte per vivere.
Questo consideriamo errato, che fratelli di questa condizione (sposati) risiedano nell’unica e medesima casa con i fratelli che hanno promesso castità a Dio.

56 – Non ci si intrattenga oltre con le donne. È pericoloso stare a lungo con le donne, poiché l’antico nemico cacciò dalla retta via del Paradiso molti per via della compagnia femminile. Pertanto, fratelli carissimi, affinché il fiore della purezza sia sempre tra voi, non vi conviene d’ora innanzi avere tale consuetudine.

57 – I fratelli del Tempio non si accompagnino con gli scomunicati. Ciò fratelli, è soprattutto da evitare e da temere, per cui nessun cavaliere di Cristo si deve accompagnare in qualsiasi modo ad un uomo scomunicato esplicitamente e pubblicamente, o ricevere qualcosa (da lui), per non ricevere anch’egli l’anatema . Se costui fosse soltanto interdetto non sarà colpevole il comunicare con lui ed accettare in carità la sua roba.

58 – In quale maniera vengano accolti i cavalieri secolari. Se un cavaliere o un uomo di altra condizione, (allontanandosi) dalla massa della perdizione, decide di rinunciare alla vita mondana e sceglie la vostra comunità di vita, non gli sia dato subito il consenso, ma, allo stesso modo di Paolo, «Provate se gli spiriti sono di Dio» e così gli si conceda di venire (tra voi).
Si legga dunque in sua presenza la Regola e se avrà obbedito con zelo ai comandamenti della Regola, che gli sarà stata esposta, e se al Maestro e ai fratelli sarà piaciuto accoglierlo, davanti ai fratelli radunati faccia manifesto il suo desiderio e la richiesta a tutti con purezza d’animo.
In seguito il termine della prova dipenda esclusivamente dalla ponderata saggezza del Maestro, secondo l’onestà di vita del richiedente.

59 – Non tutti i fratelli siano chiamati al consiglio segreto.
Comandiamo di non convocare sempre tutti i fratelli al consiglio, ma solo quelli che il Maestro abbia ritenuto adatti per saggezza. Avendo deciso di parlare su cose più importanti, come il dare la terra comune o il decidere in merito allo stesso Ordine o l’accogliere un fratello, allora, se il Maestro vorrà, è lecito convocare tutto il capitolo e, ascoltatone il consiglio, si faccia ciò che sia stato giudicato dal Maestro migliore e più utile.

60 – Come si debba pregare in silenzio. Ordiniamo ai fratelli, per comune decisione, di pregare secondo la disposizione dell’anima e del corpo stando in piedi o seduti, tuttavia con somma riverenza, semplicemente e non a voce alta, affinché nessuno disturbi l’altro.

61 – Sia ricevuta la promessa formale dei servitori. Sappiamo che molti delle diverse provincie sia serventi che scudieri, per la salute delle anime desiderano con animo fervente servire per un periodo di tempo nella nostra casa. È utile perciò ricevere la loro promessa, perché l’antico nemico non si insinui in modo furtivo e con cattivi pensieri in loro (che sono) al servizio di Dio e dal buon proposito li scacci repentinamente.

62 – I fanciulli, finché sono in tenera età, non siano accolti tra i fratelli del Tempio. Sebbene la regola dei santi Padri permetta di accogliere i fanciulli nell’Ordine, noi Vi raccomandiamo di non aggravarvi mai di loro. Chi invero volesse dare per sempre il proprio figlio o un parente all’Ordine lo educhi fimo all’età in cui possa con mano armata distruggere i nemici di Cristo in Terra Santa; quindi, secondo la Regola il padre o ambedue i genitori lo portino davanti ai fratelli e manifestino a tutti i presenti il desiderio (del giovane). Infatti è meglio non fare voto nella fanciullezza, che (commettere) il grave errore di ritirarsi dopo esser divenuto adulto.

63 – Gli anziani siano sempre rispettati. È necessario sopportare gli anziani con pia comprensione a seconda della debolezza delle forze, ed onorarli con zelo: in nessun modo sia tolto loro quel che è necessario al corpo, salvo tuttavia (ciò che prescrive la Regola).

64 - Dei fratelli che viaggiano per paesi diversi. I fratelli che viaggiano per paesi diversi cerchino di conservare la regola nel cibo, nel bere e nelle altre (prescrizioni), per quanto le forze concedano, e vivano in modo irreprensibile, affinché abbiano buona testimonianza dagli estranei.
Non profanino lo spirito dell’Ordine, né con parole né con azioni, ma offrano, con il loro esempio, il sale della sapienza e il condimento delle buone opere, soprattutto a coloro che saranno con loro.
Goda di ottima reputazione colui presso il quale alloggeranno e, se ciò è possibile, la casa dell’ospite in quella notte non manchi di luce, affinché l’oscuro nemico – che Dio non voglia! – non possa dare danno.
E se avranno udito di un raduno di cavalieri non scomunicati , allora si rechino lì, non considerando tanto il vantaggio temporale, quanto l’eterna salvezza delle anime di quelli.
A quei fratelli che viaggiano per le regioni d’oltremare sperando di far proseliti, raccomandiamo che, nel ricevere coloro che vorranno entrare per sempre nell’Ordine, si comportino in questo modo: vengano ambedue (cioè il templare ed il richiedente) alla presenza del Vescovo di quella regione, e il Vescovo ascolti la volontà del richiedente. Ascoltata la richiesta, il cavaliere lo mandi al Maestro e ai fratelli che sono nel Tempio di Gerusalemme, e se la sua vita è onesta e degna di tale compagnia sia accolto con misericordia, se ciò sembra bene al Maestro e ai fratelli.
Se però nel frattempo morisse per la stanchezza e la fatica (del viaggio), gli sia data, quasi come fosse uno dei fratelli, tutta la benevolenza fraterna dei poveri Cavalieri di Cristo.

65 – Il vitto sia distribuito a tutti in egual modo. Stabiliamo che sia anche questo da considerare giusto e ragionevole, che a tutti i fratelli sia distribuito il vitto in modo eguale secondo la possibilità del luogo. Infatti non si deve avere considerazione per le persone ma per le debolezze (di ciascuno).

66 – I cavalieri possano ricevere la decima. Essendovi assoggettati a spontanea povertà con l’abbandonare le ricchezze superflue, riteniamo che a voi, che avete vita comune, sia giusto ricevere la decima.
Se il vescovo della chiesa (del luogo), al quale è legittimo dare la decima, vuole in carità distribuirla a voi, vi deve dare con l’assenso del capitolo quelle decime che ora sembra bene possieda la chiesa.
Ma se un laico trattiene illegittimamente la decima del suo patrimonio e, sentendosi per questo in grave colpa ve la lascerà può farlo con l’ assenso del vescovo e senza (che sia richiesto) quello del capitolo.

67 – Delle colpe gravi e minori. Se qualche fratello, parlando o combattendo o in altro modo commette un lieve errore, riveli spontaneamente la sua colpa al Maestro poiché è a questi che si deve dare soddisfazione. Per le colpe minori, se non ne abbia la consuetudine, riceva una modesta penitenza. Se invece non sarà lui a parlarne e la colpa viene scoperta tramite un altro, Io si sottoponga ad una disciplina e ad un castigo maggiore. Se invece la colpa è grave, sia allontanato dalla comunità dei fratelli ne mangi con loro nella stessa mensa ma consumi da solo il pasto. Tutto dipenda dal giudizio e dall’ordine del Maestro, affinché si salvi nel giorno del giudizio.

68 – Per quali colpe il fratello non deve essere più oltre tollerato. Prima di tutto bisogna provvedere affinché un fratello, autorevole o no, sano o malato, volendo esaltarsi e a poco a poco insuperbire e difendere la propria colpa, non rimanga nell’indisciplina; ma se non vorrà correggersi gli giunga un severo castigo.
Perciò se, dopo pii ammonimenti e numerose preghiere non volesse migliorare, ma si indurisse ancor più nella superbia, allora, seguendo l’Apostolo sia allontanato dal pio gregge: «Allontanate da voi il male» ( I Cor. V i3); è necessario che la pecora malata sia tenuta lontano dalla schiera dei fratelli fedeli.
D’altra parte il Maestro, che deve tenere in mano il bastone e verga – con il bastone sostiene la debolezza degli altri e con verga colpisce i vizi dei peccatori mediante retto zelo –, cerchi di fare ciò con il consiglio e con il parere spirituale del patriarca, affinché, come dice il beato Massimo, una troppo libera indulgenza o una eccessiva severità non mantengano nell’errore il peccatore.

69 – Si abbia da portare una sola camicia di lino dalla solennità di Pasqua alla festa di Tutti i Santi. A causa dell’eccessivo caldo delle regioni d’Oriente badiamo con misericordia che dalla Pasqua fino alla solennità di Tutti i Santi a ciascuno sia data una camicia di lino), non perché sia dovuto ma per sola grazia, a quello dico che voglia servirsene; durante gli altri periodi dell’anno invece tutti abbiano in genere una camicia di lana.

70 – Quanti e quali panni siano necessari per il letto. Riteniamo per consiglio di tutti che si dorma ciascuno in un singolo letto e non altrimenti, tranne che non sopraggiunga una causa o una necessità estremamente grave.
Ciascuno abbia coperte e cuscini modesti per dispensa del Maestro: crediamo infatti sia più che sufficiente per ognuno un sacco, un materasso ed una coperta; ma chi non abbia uno di questi, abbia il mantello, e sarà consentito usare in ogni stagione un panno di lino, di stoffa pelosa, (come coperta). Dormano vestiti con le camicie e sempre con le brache. Mentre i fratelli dormono, la lucerna sia continuamente accesa fino a mattina.

71 – Si eviti la mormorazione. La rivalità, l’invidia, la malignità, la mormorazione, la calunnia, la discordia (II Cor. XII 20; Gal. V 20 21) vi insegniamo per monito divino ad evitare e fuggire come peste. Pertanto ciascuno cerchi con animo vigile di non colpire o riprendere un proprio fratello, ma mediti tra sé con attenzione ciò che dice l’Apostolo: «Per non essere calunniatore non sussurro in mezzo al popolo» (Lev. XIX 16).
Avendo chiaramente scoperto che un fratello ha commesso un peccato, pacificamente e con pietà fraterna, secondo gli insegnamenti del Signore, lo rimproveri da solo a solo. Ma se quello non udisse, chiami in aiuto un altro fratello, e se egli li disprezzasse tutti e due, allora sia biasimato pubblicamente davanti all’assemblea di tutti. Infatti sono assai ciechi coloro che sparlano degli altri, e molto infelici coloro che non si difendono dall’invidia, perciò sono sommersi dall’antica perversità dell’astuto nemico.

72 – Si sfuggano i baci di tutte le donne. Riteniamo che sia pericoloso per ogni cavaliere il guardare troppo il volto delle donne : perciò nessun fratello si permetta di baciare né vedova, né vergine, né madre, né sorella, né zia, né alcun’altra donna. La milizia di Cristo sfugga i baci delle donne, a causa delle quali gli uomini sono soliti spesso rischiare, affinché ci si possa intrattenere nel cospetto del Signore con purezza di coscienza e integrità di vita .


Equites Templum Arcadia
Cavalieri Iniziati del Tempio di Arcadia
Ordine Cavalleresco Iniziatico Dinastico Nobiliare Non Nazionale

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